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LE CHIESE DI CAMPOSAMPIERO E DELL'ARCELLA
 

 

l pellegrinaggio ai "luoghi antoniani" non si esaurisce con la visita alla tomba di sant'Antonio e alla Basilica a lui dedicata, ma può completarsi visitando altri santuari: Camposampiero, dove il Santo trascorse gli ultimi giorni, e l'Arcella dove concluse la sua vita.

Camposampiero

Camposampiero è un importante centro della provincia di Padova, a venti chilometri dalla città. Ai tempi di sant'Antonio era un borgo con un castello di proprietà del conte Tiso VI, convertito dalla predicazione del Santo. Il conte lo convinse a trasferirvisi per riposarsi e ritemprarsi nel corpo e nello spirito. Il Santo vi andò nel maggio del 1231.

Fuori dalle mura dei castello gentilizio esisteva un "romitorio" dove vivevano alcuni frati minori, e ad essi sant’Antonio si unì; ma, desideroso di maggiore quiete, si fece costruire una piccola capanna su un noce. "L'uomo di Dio, avendone un giorno ammirata la bellezza, tosto, su indicazione dello Spirito, decise di farsi una cella sopra il noce, perché il luogo offriva impensata solitudine e quiete favorevole alla contemplazione. Il nobiluomo, appena venne a conoscere quel desiderio per mezzo dei frati, dopo aver riunito in quadrato e trasversalmente ai rami delle pertiche, preparò con le sue mani una cella di stuoie".


Camposampiero ricorda un altro fatto della vita del Santo: la visione di Gesù Bambino. È un evento che più caratterizza, dall'interno, la fisionomia spirituale di sant’Antonio che fu un contemplativo. Racconta il Libro dei miracoli: "Trovandosi una volta il beato Antonio in una città a predicare, venne ospitato da un abitante del luogo. Questi gli assegnò una camera appartata affinché potesse attendere indisturbato allo studio e alla contemplazione [ ... ]. Mentre il padrone osservava con sollecitudine e devozione la stanza in cui pregava sant'Antonio da solo, occhieggiando di nascosto attraverso la finestra, vide comparire tra le braccia del beato Antonio un bimbo bellissimo e gioioso. Quel bimbo era il Signore Gesù".

A ricordo dei due fatti, a Camposampiero sono sorte due chiese: della Visione e del Noce.
 
Santuario della Visione

Dopo la morte del Santo, gli abitanti di Camposampiero vollero custodire i luoghi santificati dalla presenza di sant’Antonio. La chiesetta originaria, ove il Santo aveva pregato, celebrato l'Eucaristia e predicato, dedicata a san Giovanni Battista, fu completamente rinnovata e ampliata nel 1437. La nuova chiesa fu meta di continui pellegrinaggi di devoti del Santo, sempre accolti dai frati con zelo e aperti alle esigenze della popolazione.

Camposampiero, Chiesa dei Santuari antoniani, dedicata a san Giovanni Battista e a sant'Antonio; all'interno è conservata la Cella della visione

Nel 1769 il Senato veneto ordinava la soppressione di molti conventi, tra i quali anche quello di Camposampiero.

Il complesso (chiesa, convento e campagna) ritornò ai vecchi discendenti della Famiglia Camposampiero i quali non curarono la manutenzione della chiesa che venne in gran parte demolita dal vandalismo francese del 1798.
Dopo alterne vicende, il Comune, proprietario dal 1854 degli oratori antoniani, ne curò la manutenzione.


Il 17 ottobre 1895, richiamati dall'autorità e dal popolo, i frati minori conventuali (i frati del Santo) ritornarono, riprendendo possesso dei Luoghi Antoniani.

La presenza dei frati ridiede vita ai Santuari. Progettato un nuovo tempio dall'architetto Augusto Zardo, il 26 dicembre 1906 si pose la prima pietra dell'attuale chiesa, ampliata nel 1965.


La cella della visione


L'attuale Santuario della Visione custodisce, incorporata e trasformata in cappellina, la cella della Visione, sopravvissuta alle ingiurie dei tempo e della storia. Vi si accede attraverso una scala stretta. È una povera celletta di mattoni, appartenente al convento primitivo e abitata dal Santo.
Vi si conserva, sotto vetro, una grande tavola, ritenuta suo giaciglio notturno.

Sul fondo un altarino con un quadro che rievoca la visione. Di lato, un bel dipinto di Andrea da Murano (1486) raffigura l'intera figura del Santo in grandezza naturale con i consueti simboli del giglio e libro, simboli della sua purezza di vita e della sua dottrina.

 


Camposampiero, Cella della visione, all'interno della Chiesa dei Santuari antoniani

È il luogo più importante di tutto il complesso ed il più caro ai devoti per l'avvenimento soprannaturale che il Beato Antonio visse godendo della visione di Gesu Bambino. La cella è chiamata, per tale motivo, la piccola "Betlemme antoniania". Nel 1924 si procedette al ripristino del piccolo edificio, riportando in parte allo stile del 1300. Col restauro del 1995 si ricavò, al piano terra, una nicchia per le reliquie.

INFORMAZIONI UTILI

Telefono + 39 049 93 15 711

Apertura del Santuario

  • Tutti i giorni: ore 6.45 - 12.00; 15.30 - 19.00

Sante messe

  • Feriali: 7.00 - 8.00 - 9.00. (ore 7.30: recita delle Lodi; 19.00: recita dei Vespri)
  • Festive: 7.00 - 8.00 - 9.15 - 10.30

Sacramento della riconciliazione

  • Tutti i giorni sono presenti sacerdoti per il sacramento della riconciliazione o per direzione spirituale dalle ore 7.00 alle 12.00 e dalle 15.30 alle 18.30 (in estate: 16.30-19.15).

Celebrazioni particolari

  • Accolti e raccomandati gli anniversari di nozze e l'affidamento dei bambini a Sant'Antonio.
  • Possibilità di celebrazioni particolari per gruppi.
  • Ritiri spirituali e giornate di spiritualità, prenotando per tempo all’attigua Casa di spiritualità.
  • Vicino ai Santuari ci sono ampi spazi disponibili per l'accoglienza di gruppi e associazioni parrocchiali. Alcuni frati sono disponibili per momenti d'incontro.

Sala del pellegrino

  • Il santuario dispone sale per riunioni e incontri, locali spaziosi e accoglienti per ristoro ed una sala mostra per proiezioni di filmati antoniani.

In cripta

  • Il presepio permanente ed una mostra missionaria aperta alla domenica.

Negozio e libreria

  • Si offre la possibilità ai pellegrini di trovare sussidi per la vita di fede, immagini e ricordi del santuario, nonché un'ampia libreria.
  • È possibile prenotare celebrazioni di sante messe o particolari funzioni per gruppi di pellegrini.
  • Presso il negozio si può richiedere l'abbonamento alla rivista.

La rivista 'Santuari antoniani'

  • È il mensile dei santuari e del monastero delle Clarisse

Il santuario del Noce


Camposampiero, Il Santuario del Noce, costruita sul luogo dove si ergeva il noce sui cui rami Sant'Antonio fece costruire una celletta-eremo.

Dal piazzale della chiesa, percorrendo un lungo viale alberato, si giunge all'Oratorio del Noce, costruito dove una volta si innalzava l'albero che fu "ultima dimora dei Santo". L'edificio risale al 1400: si tratta di un gioiello d'arte soprattutto per gli affreschi che coprono la facciata (esterna e interna) e le pareti della prima campata.

Sono opera di Girolamo Tessari (detto Dal Santo) che li dipinse nella prima metà dei 1500 e raffigurano fatti della vita di sant'Antonio e soprattutto i miracoli più conosciuti.


L'abside poi è occupata da un'ottima tela di Bonifacio da Verona (1536) che ritrae il Santo mentre predica dal noce.

Attualmente è la chiesetta dove pregano le Clarisse del convento attiguo. Il Santuario del Noce è affiancato, infatti, da una costruzione recente: nel 1967 ha iniziato qui la sua presenza una comunità di monache clarisse che continua idealmente il tipo di vita condotta da sant'Antonio a Camposampiero, e ricorda a tutti il valore preminente della preghiera.

Arcella

Santuario dell’Arcella


L'Arcella è oggi un popoloso quartiere di Padova, sulla strada che porta dal centro al nord, verso Camposampiero.

Ai tempi di sant'Antonio era un borgo poco distante dalle mura cittadine chiamato Capo di Ponte, dove esisteva una chiesetta intitolata a Santa Maria della Cella accanto alla quale erano sorti un monastero di "povere dame" o clarisse, e un "romitorio" abitata alcuni frati minori. La tradizione narra che tale primitivo convento sarebbe stato fondato da san Francesco nel 1220, di ritorno dalla Terra Santa.
Qui fu condotto sant'Antonio morente, mentre da Camposampiero veniva trasportato a Padova la sera del 13 giugno 1231.


Padova, Chiesa-santuario dell'Arcella

Qui morì. "Trovandosi dunque colà il Santo, la mano del Signore si aggravò su di lui e, crescendo il male con molta violenza, suscitava forte ansietà. Dopo breve riposo, fatta la confessione e ricevuta l'assoluzione, cominciò a cantare l'inno alla Vergine O gloriosa Signora. Com'ebbe finito, levando d'improvviso gli occhi al cielo, con sguardo estasiato mirava a lungo dinanzi a sé. Chiestogli dal fratello che lo sorreggeva che cosa vedesse, rispose: "Vedo il mio Signore". Infine quell'anima santissima, liberata dal carcere della carne, fu assorbita nell'abisso della luce" (Vita Assidua).

Chiesa dell'Arcella, La Cella del Transito, dove Sant'Antonio  morì, inserita nel presbiterio del santuario
La cella dove morì sant'Antonio si conserva all'interno di una grande chiesa costruita, dopo altre, da E. Maestri nel 1895 e ampliata nel 1930 da N. Gallimberti.

Nella cella disadorna c'è solo una statua di sant'Antonio morente scolpita da R. Rinaldi nel 1808.

Nella chiesa sono custodite anche le spoglie della beata Elena Enselmini, una giovane monaca clarissa padovana, vissuta all'Arcella al tempo di sant'Antonio e morta in concetto di santità. 

L'attuale santuario
si presenta nelle sue armoniose linee architettoniche rispondenti ad una colta e misurata rivisitazione neogotica di chiara ispirazione italiana e francescana.


L'esterno è tutto in cotto a vista, ravvivato da sobrie decorazioni in pietra naturale che riprendono temi ed elementi dello stile romanico e gotico veneto. L'equilibrato gioco delle masse dei transetti e delle absidi trova la sua sintesi nella cupola che s’innalza a quaranta metri con l'armoniosa curva della calotta in lastre di rame.

L'interno riprende l'uso del cotto che forma l'elemento principale delle eleganti nervature architettoniche animate dalla bicromia bianco – rossa, colori della città di Padova.

L'intrecciarsi delle volte a crocera della navata e dei transetti scandisce lo spazio che viene assorbito verso l'alto dal luminosissimo volume della cupola, vero cielo aperto sopra la cella del transito del Taumaturgo esaltata quale fulcro del tempio che si chiude nella grande abside contenente il coro conventuale. Austero e solenne, ma al tempo stesso caldo e luminoso nel gioco creato dalle pareti solari e dalle strutture in cotto, il santuario attuale è opera di due Architetti che si succedettero dal 1886 al 1931 nella progettazione e direzione dei lavori. Eugenio Maestri e Nino Gallimberti seppero dare al tempio un'impronta originalissima di grande livello e di gusto misurato creando una tra le più interessanti opere architettoniche neogotiche nel panorama italiano della fine dell'800.


La slanciatissima e monumentale torre campanaria che si affianca alla chiesa (H. mt. 75) venne progettata nel 1898/99 dall'Arch.Agostino Miozzo, padovano, ed inaugurata nel 1922 collocandovi la grande statua di S. Antonio (H. mt. 6.00) alla sommità della cuspide. Essa è opera dello scultore veronese Silvio Righetti. Nella cella campanaria trova posto un solenne concerto di otto campane (5.850 Kg. di bronzo), in perfetta scala musicale, fuse dalla antica fonderia "Cavadini" di Verona.

La chiesa-santuario dell’Arcella ha una storia molto lunga e travagliata, cui rimandiamo. Oggi serve una parrocchia, tra le più grandi della città di Padova.

Orario di apertura

Festivo: 8-12; 15:30-20:30

Feriale: 7-12; 15:39-19

Orario delle messe

Festivo

8:30; 10; 11:30; 18; 19:30; alle 17 si celebrano i Vespri


Storia del santuario dell’Arcella


Secondo un'antica tradizione, riportata da numerose Fonti, il convento Francescano dell'Arcella sarebbe stato fondato dallo stesso S. Francesco d'Assisi intorno al 1220, allorquando di ritorno dall'Oriente giunse a Venezia e quindi, incamminandosi verso Assisi, passò per Padova dove procedette alla nuova fondazione; la quarta in ordine di tempo tra quelle direttamente realizzate dal Poverello, precisa la stessa tradizione.

"Santa Maria de Cela" (o de Arcella, in alcune fonti) fu il primo titolo dei cenobio francescano di Padova che comprendeva due nuclei. il monastero delle "Povere Dame" ( Damianite, da S. Damiano in Assisi dove visse S. Chiara fondatrice delle Clarisse) ed il convento dei frati minori che officiavano la chiesetta dedicata alla Vergine: S. Maria, come invariabilmente s'intitolavano tutte le prime fondazioni francescane. Il terreno apparteneva al Capitolo della cattedrale di Padova ed era parte della "cella canonica", ottenuto in "uso" dai Frati come prescriveva la rigida regola della povertà.

In questo primo poverissimo luogo entrarono a far parte della famiglia francescana Elena degli Enselmini e Luca Belludi, entrambi di nobili famiglie Padovane, venerati dalla Chiesa con il titolo di beati.


E all'Arcella giungerà anche S. Antonio nella sua prima visita a Padova (1227) ed incontrerà frate Luca (Belludi) che diventerà il "socius" compagno degli ultimi anni di vita. Con buona probabilità S. Antonio si fermò per alcuni mesi nel convento della Cella dove attese alla stesura dei suoi Sermones.

Successivamente il suo punto di riferimento in città diventerà il conventino di "S. Maria Mater Domini", avendo ottenuto in dono quella chiesa che formerà il futuro nucleo primitivo dell'attuale Basilica dei Santo.

È ancora all'Arcella che S. Antonio arriva, ormai moribondo, la sera dei 13 Giugno 1231. Vi giunse, un carro agricolo trainato da buoi proveniente da Camposampiero dove si era recato per un periodo di riposo dopo l'intensa predicazione Quaresimale tenuta a Padova sempre in quell'anno. Ad accompagnarlo c'è anche Frate Luca Belludi che lo assisterà negli ultimi istanti di vita. L'Assidua, la più antica biografia dei Santo, ci narra che venne adagiato su un povero giaciglio all'interno di una celletta dei convento dei frati dove si sostenne per qualche ora prima di spegnersi. La notizia della morte del Santo si propagò fulmineamente in città e fu un accorrere dei Padovani all'Arcella per vedere un'ultima volta il "Padre Santo".

 


Ma dopo la prima intensa commozione le cose si complicarono subito, i frati, le clarisse, e soprattutto gli abitanti del rione, circostante il convento (allora il borgo si chiamava "Capo di Ponte") intendono trattenere la cara salma e non vogliono sentir ragione dai frati di S. Maria Mater Domini che richiedono il corpo del confratello per trasferirlo nella loro chiesa. Cinque giorni di trattative, al limite della guerra civile tra opposte fazioni, saranno necessari per consentire il trasporto del corpo di sant’Antonio in città.

Ma l'Arcella, ancorché privata del corpo del Santo, non cessò di rimanere tra i luoghi più venerati della città, sia come luogo della sua morte, sia per la venerazione ed il culto popolare verso un'altra grande anima francescana: Elena Enselmini, vissuta e morta nel monastero della "Cella", nel "Nido della santa povertà" com'ebbe a dire lo stesso S. Antonio. Elena è annoverata tra i Patroni minori della città di Padova ed il suo corpo è ancor oggi conservato nel Santuario dell'Arcella. Vi è ritornato nel 1958 dopo un esilio di quasi trecento anni, causato dalle vicende belliche che portarono alla distruzione del monastero intorno al 1520. In quell'epoca lo stesso monastero veniva detto della "Beata Elena" ("La Bia' Lena" - Marin Sanudo) quasi trascurando l'antico titolo di "S. Maria de Cella". A metà del XIII secolo, il Consiglio Maggiore del libero Comune Patavino decide di prendere sotto la sua diretta protezione il luogo venerato e, quindi, delibera di ricostruire a proprie spese l'intero complesso conventuale (libro degli "Statuti" del Comune di Padova: libro IV - Cap. 13).

Continua e profonda rimane la venerazione dei Padovani verso il luogo in cui era spirato il loro Santo. Significative sono le parole con cui si esprime a tal proposito Michele Savonarola intorno al 1445 nel suo libro - De magnificis ornamentis Regie civitatis Padue: "Apud Urbem medii miliaris distantia (... ) ARCELLA vetus a Patavis dicitur (... ) quo quidem IN LOCO GIORIOSUS ILLE ANTONIUS NOSTER DEFUNCTUS EST."

Ma vicende calamitose attendevano l'Arcella e la città di Padova. Nel 1405, durante la guerra tra i Carraresi ed i Veneziani il monastero, posto fuori delle mura cittadine, e purtroppo molto vicino ad esse, subisce gravi danni da arte degli assedianti Veneziani che successivamente conquistano la città.

Lentamente negli anni successivi si riparano i guasti e si restaurano le fabbriche danneggiate, quand'ecco che nell'inverno tra il 1494 eil il 1495 un incendio di grandi proporzioni distrugge quasi completamente l'intero complesso sacro dell'Arcella.

Le Clarisse ed i Frati sono costernati e cercano aiuti per ogni dove per poter ricostruire il venerando monastero. Papa Eugenio IV concede un'indulgenza a quanti offriranno elemosine per identificare la chiesa ed il complesso conventuale "Totum combustum atque collapsum".Ancora una volta si ricostruiscono gli edifici procedendo lentamente man mano che offerte e lasciti giungono da più parti.

Dall'Archivio Notarile di Padova ricaviamo che nel XV secolo vi erano due chiese all'interno del complesso: l'originaria S.Maria de' Cella, talora indicata anche con titolo "ecclesia Sancti Francisci", corrispondente con tutta probabilità al convento dei frati minori; ed una chiesa di più ampie proporzioni dedicata alla Beata Elena (... non ancora ufficialmente tale, verrà beatificata nel secolo XVII) chiamata anche "Templum Sanctae Clarae" ragionevolmente inserito nel monastero delle Clarisse. Certo le proporzioni dell'intero complesso dovevano essere considerevoli come vedremo tra breve e come risulta dagli scavi compiuti nel 1884 intorno all'attuale Santuario.

Ed ecco che sull'Arcella, in particolare, e sulla città in generale si abbatte una nuova e più devastante sciagura. Nel 1509 Padova è cinta d'assedio dalle truppe dell'imperatore Massimiliano d'Asburgo che guida la lega di Cambrai contro la Repubblica Veneta. L'imperatore non trova di meglio che porre il suo quartier generale nel monastero appena ricostruito. Le clarisse, portandosi a spalle l'urna con il sacro corpo della Beata Elena Enselmini devono cercare rifugio entro le mura cittadine, abbandonando il loro antico monastero. Non vi faranno più ritorno. Anche il gruppetto dei frati deve abbandonare il convento e la chiesa, ma per loro ci sarà un ritorno. (1833/1905). Partite le truppe imperiali al termine dell'assedio, peraltro infruttuoso, il monastero è malconcio ma pressoché indenne.

La peste, scoppiata in città durante le vicende belliche che si protraggono a più riprese fino al 1517, apre una nuova parentesi nelle vicende del monastero che viene trasformato in lazzaretto per gli appestati. Lo dicono i numerosi testamenti conservati nell'Archivio notarile di Padova essendo specificato in essi in luogo ove vengono stilati.



Giungiamo così al secondo decennio del 1500 quando il Senato Veneto decide di fortificare Padova con una tra le più formidabili cinte bastionate dell'epoca, considerata la straordinaria importanza strategica della città per la salvaguardia della Serenissima. Intorno alle nuove mura viene fatto "il Guasto", ossia terra bruciata, per mettere totalmente allo scoperto gli eventuali assalitori della città. "Ni arbori ni caxe" è il perentorio ordine che produce un'immane distruzione di case, palazzi, chiese e monasteri.

Quello dell'Arcella, ancorché al limite della zona stabilita, non sfugge alla rovina. Salvatosi dall'esercito Imperiale e dalla trasformazione in lazzaretto, non sfugge al piccone dei Veneziani che tra l'altro - hanno un grande bisogno di materiale da costruzione per edificare mura e bastioni fortificati.

E' il momento più buio nella storia dell'Arcella, tutto viene "Ruinato ed adeguato fin all'ultima piera". Ma la memoria e la devozione dei padovani per il luogo santo in cui morì S. Antonio non viene meno. Non passano molti anni che sul luogo mai dimenticato si ricostruisce un piccolo manufatto.


"All'Arcella, ove mori S. Antonio, evvi un "capitello porticato" testimonia il Notaio Monterosso intorno al 1600, implicitamente affermando che, se all'ora esisteva, doveva essere stato costruito almeno qualche tempo prima. La lenta, ma continua, rinascita dell'Arcella partirà proprio da questo minuscolo "capitello".

Il capitello, citato da diverse fonti nei primi due decenni del '600, quasi certamente corrisponde al "templiculum" ricordato da Michele Savonarola nel già 'menzionato: "De Magnificis ornamentis ( ...) "proprio in riferimento al "...LOCO GLORIOSUS ILLE ANTONIUS NOSTER DEFUNCTUS EST." Ossia, il capitello non sarebbe altro che la ricostruzione del " templiculum", cioè il sacello eretto subito dopo la morte del Santo sul luogo del " Transito " glorioso.

La trasformazione della primitiva poverissima "cella" in una cappella devota, realizzata presumibilmente già nella ricostruzione del monastero promossa dal Comune di Padova a metà dei '200, e riconfermata negli Statuti del 1275, trova molte analogie con quanto avvenne alla Porziuncola di Assisi .

A Santa Maria degli Angeli, infatti, la cella in cui spirò San Francesco venne a sua volta trasformata in un piccolo sacello in muratura che tuttora si può venerare a pochi passi dalla " Porziuncola". Risulterebbe così più semplice e logico spiegare il tenace attaccamento e la grande venerazione dei Padovani per quel piccolo sacello, identificato come la cella in cui mori S. Antonio, e immediatamente ricostruito sul posto subito dopo la grande distruzione del secolo XVI.

Il capitello continuò ad essere uno dei luoghi più venerati della città; ce ne offre buona testimonianza il lascito testamentario di Baldassarre Dondi Dall’Orologio nel 1649, membro di una tra le più antiche e nobili famiglie della città. Egli destina la somma di cinquecento ducati d'oro per "Ampliare e rendere più degno il sacro luogo", oltre ad un legato per la celebrazione quotidiana di una Messa a suffragio della sua anima. I lavori tuttavia non si poterono eseguire allora, a causa dell'opposizione delle Autorità Veneziane poiché il capitello sorgeva entro il perimetro del "Guasto".

Proprio questo particolare fornisce una importantissima conferma storica. Il ricostruito "templiculum" (cioè il Capitello) insisteva su un terreno compreso entro i confini del Guasto. Diversamente risulterebbe impossibile ipotizzare la coincidenza del capitello con il "templiculum" che ovviamente, risultava inserito nel complesso monastero convento distrutto proprio perché ricadente entro i limiti della spianata.

Gli scavi Ottocenteschi hanno riportato in luce le fondazioni dei Monastero delle Clarisse proprio a pochi metri dalla "Cella del Transito" attuale. Conferma indiretta che la ricostruzione, successiva alla distruzione del monastero, avvenne sempre su quell'area e- certamente - non in un luogo qualunque ma, evidentemente sulle stesse fondazioni del precedente sacello del quale, se non erano addirittura rimaste indenni le murature (come afferma un'al- tra tradizione devota, ma non sostenibile, sicuramente era rimasto ben noto il sito e le tracce nel sottosuolo, come confermano altre testimonianze scritte ed i già citati scavi dei 1884.

Il rigido divieto delle Autorità Veneziane che impedivano ogni ulteriore ingrandimento del venerato capitello si attenuò solo dopo il 1670 e, probabilmente, per le insistenze degli esecutori testamentari di Baldassarre - cioè i fratelli - Dondi Dall'Orologio, ma soprattutto perché il pericolo militare legato alle vicende della lega di Cambrai era ormai lontano. Si poteva chiudere un occhio, senza dimenticare che un'altra forte ragione per concedere una deroga era dovuta all'interessamento costante del Vescovo di Padova: San Gregorio Barbarigo, grande devoto del Santo e tenace propugnatore del suo culto.



Tra il 1674 ed il '75, grazie ai fondi del testamento, il capitello diviene una piccola ma dignitosa chiesetta arricchita da qualche opera d'arte: una tela di Pietro liberi ed un altare di Francesco Corberelli. Ce ne tramanda l'immagine una incisione del celebre P. Coronelli, insigne scienziato incisore e cosmografo, già Ministro Generale dei Minori Conventuali. Oltre un secolo dopo le condizioni dei piccolo tempio erano piuttosto decadute ed urgeva un completo restauro.

Nel 1792 l'Abadessa Elisabetta Speroni, delle Clarisse della Beata Elena Enselmini, alle quali era comunque rimasta la proprietà dei terreni dell'antico monastero distrutto, ed anche di quello che ormai veniva chiamato popolarmente: Oratorio di Sant'Antonin, promuoveva una campagna di lavori e di restauri del sempre venerato Santuario attraverso una sottoscrizione alla quale, tra gli altri partecipava il Cardinale Chiaromonti, futuro Papa Pio VII. Sempre, però, rimaneva intatta all'interno degli ampliamenti e dei rimaneggiamenti del sacro edificio " ... Quadam antiqua cellula", cioè l'antico tempietto geloso custode del luogo in cui era spirato il Santo.


Passano appena cinquant'anni ed eccoci di fronte ad una completa ricostruzione del Santuario rispondente al gusto neoclassico della prima metà del XIX secolo. L'Arch. Trevisan, oltre al nuovo tempio dal sapore palladiano, crea un deambulatorio intorno alla cella venerata, per consentire ai devoti di compiere l'antica "Processio Fidelium", mentre molti nobili e facoltosi cittadini scelgono quale luogo di sepoltura il Santuario e precisamente l'ambulacro intorno alla sacra "cella" dei Santo, evidente atto di devozione al luogo della morte del Taumaturgo.

Attraverso le molte elargizioni dei fedeli si giunge - circa quarant'anni dopo - ad un ulteriore ingrandimento della chiesa con la costruzione, tra il 1886 ed il 1895, della grande navata progettata dall'Arch. Eugenio Maestri, ed inaugurata in occasione del VlI centenario della nascita del Santo. Essa veniva costruita secondo i canoni dell'architettura neogotica, risultando anteposta e collegata alla precedente costruzione neoclassica.

Finalmente, in vista dei VII centenario della morte di S. Antonio (1931 ) si pensò di portare a compimento la ricostruzione del tempio in stile neogotico, coronando la venerata cella con una grande cupola, " ... entro la quale risuonerà perenne l'inno di gloria e di ringraziamento al Taumaturgo, Padre dei poveri".

Si realizzava così l'anelito di molte generazioni che avevano sognato di ricostruire un tempio maestoso sopra la cella del transito, sfidando i secoli e le ripetute distruzioni. Tra il 1927 ed il 1931 vengono innalzati i transetti, le absidi e la solenne cupola con il nuovo ampliamento progettato dall'Arch. Nino Gallimberti, cultore di storia padovana e medioevale.

Già dal 1922 la grande statua del Santo era salita a coronare la cuspide della torre campanaria benedicendo la città da dove, in quel lontano 13 Giugno 1231 i suoi occhi si erano chiusi per sempre nella visione dei Signore:'Video Dominum Meum.

Beata Elena Enselmini (1207 - 1231)
primo fiore della terra padovana cresciuto nel giardino di Chiara e Francesco

Elena nasce verso il 1207, in un periodo che vede tanti rivolgimenti politici e sociali. La sua famiglia è nobile. Fra gli antenati annovera consoli, giudici e podestà. Di più non sappiamo. Del padre e della madre non conosciamo neppure il nome. I rapporti che ci furono fra loro ci sono ignoti. Ci muoviamo su un campo completamente spoglio dove ogni congettura è possibile. Di reale resta un dato certo: Elena degli Enselmini ebbe a disposizione tutto ciò che le poteva offrire la civiltà medievale e malgrado questo preferì alla ricchezza la povertà del convento. La sua anima incline alla riflessione trova pace nel silenzio che domina le navate delle chiese del suo tempo dove, giovinetta, si reca a pregare.

Elena entra in convento

Il piccolo, semplice e modesto convento di S. Maria de' Cella, con le sue pietre sconnesse, i divisori in legno e il pavimento ancora di terra battuta, era il quarto che i Francescani fondavano in Italia.

Affascinata dalla predicazione del Poverello di Assisi, la cui fama travalicava i monti, primissima convenne all'Arcella la nobile Enselmini. A quanto ci dicono le cronache fra tutte le novizie era anche la più giovane.

Secondo la ferrea regola dell'Ordine si lasciò tagliare i capelli, depose le ricche vesti e ricevette in cambio tre tuniche ed un mantello. Le fu assegnata una nuda cella; l'unico arredo era costituito da un rozzo pagliericcio e da una coperta. Al silenzio del luogo si aggiunse quello delle Clarisse; esso veniva meno solo nell'ora della preghiera. Il lavoro manuale di ricamo costituiva l'attività principale unitamente all'assistenza delle consorelle ammalate.

Morte e beatificazione

Dopo lunghe sofferenze, il 4 Novembre 1231, a soli 24 anni, anche Elena come Sant’Antonio, muore all’Arcella.

Il suo corpo, che si doveva seppellire in una fossa a parte (in quella comune l'avanzato stato di decomposizione dei corpi di altre Sorelle rendeva impossibile la bisogna), fu all'ultimo istante deposto in un'urna. La tardiva decisione presa dall'Abbadessa, su cui pochi si soffermano, è sconcertante e fuori della regola francescana.

Di certo si sa che appena spirata Elena assunse l'aspetto rilassato della dormiente acquistando un colorito roseo che ne addolcì il volto il che, probabilmente, indusse le Clarisse a rimandare la sepoltura fino a quando non si fossero manifestati i primi segni della dissoluzione del corpo. Invece, per uno degli strani fenomeni "miracolosi", il corpo di Elena Enselmini, tanto travagliato dal male in vita, subì in morte un processo naturale di mummificazione rimanendo intatto. Alla tradizione leggendaria dobbiamo imputare l'affermazione leggendaria che nella sua urna Elena fosse scossa tutta da tremiti allorquando Padova era minacciata da un pericolo. Dalla devozione del popolo e delle Clarisse verso questa nobile fanciulla germogliò spontaneo il culto che si protrasse nel tempo senza soluzione di continuità. Solo alla fine del XVII secolo ebbe inizio quel processo di beatificazione che fu confermato da Innocenzo XII nell'aprile del 1695. Il corpo della Beata posto in salvo entro le mura della città, nella chiesa di Santa Sofia, durante la guerra camaracense (1509). È ritornato all'Arcella, nel Santuario del Santo, nel maggio 1958, dove tutt'ora si venera.


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