Prefazione
Antonio è sì il «santo dei miracoli», il popolare santo che fa ritrovare le cose perdute, ma è soprattutto il grande maestro spirituale, come è provato dal titolo di «dottore evangelico» attribuitogli dalla chiesa: l’insegnamento che ci trasmette resta valido ed efficace anche per il cristiano del nostro tempo.
Un’esposizione di tutta la sacra scrittura
Accostandosi agli scritti del Santo, si devono tener presenti alcuni dati. Antonio ha svolto la sua attività apostolica nel terzo decennio del secolo XIII. È un figlio del suo tempo per la formazione sia culturale che religiosa.
Nel Medio Evo la predicazione si fondava quasi unicamente sulla sacra Scrittura, e da una citazione biblica prendeva le mosse, perché la sacra Scrittura era ritenuta la fonte propria di ogni dottrina sacra o teologica. La citazione era detta autorità, perché aveva in se stessa, come parola di Dio, la virtù di provare l’insegnamento che veniva impartito. Anche sant’Antonio ha seguito questo metodo, e quindi la sua opera tratta della sacra Scrittura; anzi il Santo intende, con i suoi Sermoni, esporre tutta la Scrittura per ricavare da essa ogni sacro insegnamento.
Questo metodo si fonda su quattro punti:
- esposizione del testo sacro secondo il senso letterale, e le varie applicazioni spirituali: allegorica, morale e mistica;
- il sermone vero e proprio, che si compone del prologo, dell’esposizione del tema e dell’epilogo; il tutto inteso come strumento per esporre la dottrina ed esortare gli uditori ad applicarla alla vita;
- l’uso che fa la liturgia della sacra Scrittura; ciò offre l’opportunità di commentare in ogni sermone ben quattro argomenti, desunti dalla Bibbia: un racconto dell’Antico Testamento proposto dall’Ufficio divino; l’introito, l’epistola e il vangelo presi dalla messa della domenica; in questo modo nel corso di un anno si tocca tutta la sacra Scrittura;
- le concordanze, che di nuovo riuniscono tra loro i quattro temi del sermone, e spiegano ogni singolo tema introducendo altre citazioni della sacra Scrittura. La concordanza consiste nello spiegare la sacra Scrittura per mezzo della Scrittura stessa: una sentenza del vangelo viene spiegata con una sentenza dell’Antico o del Nuovo Testamento, e così si procede per tutti gli altri argomenti.
«Così – informa il Santo – abbiamo costruito una quadriga che, come quella di Elia, solleverà l’anima dalle cose terrene portandola ad una celeste familiarità con quelle del cielo» (Prologo, n. 5).
Quindi l’opera di sant’Antonio, sia per lo scopo che si è prefisso che per il metodo seguito, può essere definita un trattato di dottrina sacra ricavata dalla Scrittura, e non una semplice serie di sermoni. Ha solo la struttura esteriore del sermone; questa è solo un genere letterario, ossia un metodo per impartire l’insegnamento. È la sacra Scrittura che presta tutta la struttura interna ed essenziale.
Sant’Antonio non chiama mai il suo lavoro «sermoni», ma solo opus, opera. Inoltre, che sia un trattato di tutta la Scrittura lo si deduce dal fatto che egli non parte dalla prima domenica di Avvento, come fa l’anno liturgico, ma dalla domenica di Settuagesima (tre domeniche prima della Quaresima) in cui nell’ufficio divino si iniziava a leggere la sacra Scrittura, partendo dal libro della Genesi: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gn 1,1). Il Santo stesso lo conferma nel prologo preposto alla prima domenica dopo Pentecoste.
Finalità dei sermoni
I Sermoni che noi abbiamo non sono certo quelli che sant’Antonio pronunciò a viva voce davanti al popolo; sono piuttosto il frutto di una duplice fatica: l’insegnamento impartito ai frati e la predicazione tenuta ai fedeli; quindi presentano un duplice aspetto: scolastico e pastorale; scolastico, in quanto riflettono il metodo usato nell’insegnamento impartito ai frati, pastorale in quanto si richiamano alla predicazione fatta ai fedeli; l’insegnamento era ordinato al ministero dei sacramenti e della predicazione, che poi i suoi allievi o uditori avrebbero esercitato tra i fedeli.
Il fine generale dei Sermoni, come si desume dal Prologo, è l’onore di Dio e il bene delle anime. Il fine specifico è l’istruzione dei fratelli e il desiderio di offrire loro un aiuto per la pratica della vita religiosa, nonché la necessaria istruzione per la retta amministrazione dei sacramenti e il valido annuncio della parola di Dio.
I Sermoni quindi sono destinati direttamente ai suoi confratelli, per mettere nelle loro mani un mezzo che li aiuti nell’esercizio dell’apostolato tra il popolo.
I vari autori e scrittori che in passato o di recente hanno voluto studiare e approfondire la natura dei Sermoni di sant’Antonio, hanno espresso opinioni sostanzialmente concordanti. Ne riportiamo alcune.
«Le sue prediche appaiono un vero mosaico di testi biblici avvicinati, combinati, concordati, incatenati, intrecciati; inoltre lo stile stesso del Santo è tutto pervaso di sapore biblico, con trasparenti e continue allusioni a passi noti della Sacra Scrittura» (L. Gongaza de Fonseca).
«I Sermones vogliono essere un ricco arsenale di materie predicabili, dal quale i futuri predicatori dovranno attingere con prudenza e criterio» (idem).
«L’opera di sant’Antonio è veramente uno scrigno ricco di fatti e sentenze perfettamente bibliche. Quest’opera, da sola, potrebbe sostituire i commentari di tutti gli altri interpreti» (Vincenzo Gasser, +1879, vescovo di Bressanone). Forse questa è un’esagerazione, ma è vero che chi riesce a vincere la prima difficoltà che presenta la lettura dei Sermoni del Santo e se li rende familiari, trova in essi una vera miniera di gioielli per arricchire e ornare la propria eloquenza.
«I Sermoni di sant’Antonio sono stati fatti per i religiosi che volevano prepararsi al ministero della predicazione: oggi li chiameremmo lezioni. Ciò si ricava in modo chiarissimo dallo stesso prologo che Antonio ha premesso alla sua opera. Egli vuol dare soltanto il «sacrum divinae Scripturae intellectum» (la sacra conoscenza della Scrittura divina). Chi nei Sermoni di sant’Antonio volesse cercare qualcosa di diverso da questo, non sarà mai sulla buona strada per capire la mistica quadriga antoniana» (G. Cantini, S. Antonio di Padova oratore).
«Il Taumaturgo non intese darci una raccolta di discorsi precedentemente preparati... e recitati poi tali e quali davanti al popolo... I suoi Sermoni si chiamano così solo perché offrono ai sacerdoti un materiale utilizzabile, secondo le diverse circostanze, per la composizione delle loro prediche. Hanno dunque uno scopo più umilmente pratico... Questo grande manuale o repertorio di predicazione che ne è risultato, frutto delle sue pie meditazioni, dei suoi lunghi studi, della sua pratica missionaria, rispecchia certamente al vivo la sua anima...» (G. Bellincini, La parola e l’anima del Santo di Padova).
«Che cosa sono i Sermoni di sant’Antonio? Non sono un manuale o una somma teologica... Non si possono definire neppure una raccolta di commenti alla sacra Scrittura... Non sono neanche un manuale di esegesi biblica, né l’esposizione mistica di innumerevoli testi della sacra Scrittura... Sono piuttosto un manuale o prontuario di predicazione, offerto dal Santo ai suoi confratelli per suggerir loro, nell’esercizio del ministero apostolico, temi, argomenti, pensieri da svolgere, secondo le più svariate occasioni» (D. Scaramuzzi, La figura intellettuale del Santo).
«In maniera più concisa e precisa, possiamo definire l’opera principale del Santo: Sermonale liturgico biblico teologico di preparazione prossima, e specialmente remota, in particolare dei frati minori, alla predicazione» (S. Doimi, Carattere letterario e finalità delle opere di sant’Antonio).
Caratteristiche dei sermoni
Mettiamo in evidenza alcune caratteristiche dei Sermoni. Il sermone di sant’Antonio è un sermone dotto, ripieno di grande erudizione, come appare chiaramente dall’ampia esposizione della sacra Scrittura, dall’incredibile abbondanza delle citazioni scritturali (sono oltre seimila), dal frequente ricorso alla dottrina dei Padri e dei teologi, dei filosofi e dei poeti pagani; dalla copiosa citazione di esperti in scienze naturali, in modo particolare di Aristotele e di Solino.
Da rilevare inoltre l’eccellente articolazione del sermone, che si compone di un prologo, che introduce in modo solenne il sermone, della molteplice divisione del tema nei suoi vari aspetti, e dello svolgimento degli stessi secondo i diversi modi di interpretare le citazioni della sacra Scrittura.
È ancora un sermone scolastico: è indirizzato infatti all’utilità sia degli insegnanti che degli uditori. Il prologo dei sermoni non tende a captare la benevolenza degli uditori, ma ha lo scopo di insegnare il metodo della predicazione. Le argomentazioni nell’esposizione del tema non sono fatte per sillogismi, ma con citazioni prese da molte fonti: la Scrittura, i Padri, le scienze naturali. La varietà dei temi e le concordanze che li collegano tra loro danno al sermone grande ampiezza e varietà, sì da farlo sembrare un commentario.
Si tratta infine di sermone scritto, non semplicemente parlato. Dà l’impressione di essere una nuova stesura di quanto detto dal Santo sia nella predicazione che nella scuola, e sempre per l’utilità tanto pubblica che privata. Quindi non un semplice sermone, ma un trattato di materie sacre, esposte in forma omiletica.
Il sermone, considerato sotto questo aspetto, è un «genere letterario», in uso al tempo del Santo. Si colloca in tale genere letterario, ad esempio, la castigatio clericorum, cioè i severi rimproveri rivolti al clero, frequentissimi nei sermoni dal Santo. Nel sermone scritto questa castigatio non era in contrasto con l’indulgenza e con la carità: anch’essa era finalizzata pastoralmente sia alla formazione del clero, perché rifuggisse dai vizi, sia alla riprensione dei chierici di età matura, perché i sermoni, in quanto materia di studio, potevano andar in mano ad ogni categoria di chierici, sia a quelli con umili incombenze, come a quelli di vasta responsabilità, ossia ai prelati.
Sant’Antonio stesso mostra di conoscere molto bene l’aspetto letterario del sermone, quando biasima il comportamento degli schizzinosi i quali, pur leggendo molto, non arrivano mai alla vera scienza. Dice il Santo: «O curioso, che ti affanni e che allarghi la tua attività in tante direzioni, va’, non dico dalla formica, ma dall’ape e apprendine la saggezza. L’ape non si posa su tante specie di fiori, ecc. Dal suo esempio impara a non dare ascolto ai vari fiori di parole, ai vari libercoli; e non lasciare un fiore per passare ad un altro come fanno gli schizzinosi che sempre sfogliano libri, criticano le prediche, soppesano le parole ma non arrivano mai alla vera scienza; tu invece raccogli da un libro ciò che ti serve e collocalo nell’alveare della tua memoria» (Sermone della dom. XI dopo Pentecoste, n. 13).
Sotto l’aspetto letterario, è doveroso segnalare anche altre caratteristiche dei Sermoni, come le esposizioni dottrinali, il modo di esprimersi del Santo, i commenti scritturali, gli aneddoti, le preghiere conclusive, il discorso diretto col lettore, le formule introduttorie, la lingua latina.
Nelle esposizioni dottrinali il Santo non è sempre sistematico, ma coglie le varie occasioni che il tema gli suggerisce. Basti l’esempio della domenica di Settuagesima. Il tema è l’opera della creazione di sei giorni, ai quali viene aggiunto il settimo giorno, quello del riposo. Il Santo espone dapprima gli articoli della fede, quindi le virtù dell’anima, e in terzo luogo le ricompense della patria celeste.
Gli articoli di fede sono sette: la natività del Signore, il battesimo, la passione, la risurrezione, l’ascensione, l’invio dello Spirito Santo, il ritorno di Cristo per il giudizio finale. Le virtù dell’anima sono sei: la contrizione del cuore, la confessione della bocca, l’opera di soddisfazione o penitenza, l’amore di Dio e del prossimo, l’esercizio della vita attiva e di quella contemplativa, il raggiungimento della perseveranza finale.
Le ricompense della patria celeste sono sette, e cioè le tre doti dell’anima: la sapienza, l’amicizia e la concordia; e le quattro doti del corpo: la luminosità, la sottigliezza, l’agilità e l’immortalità.
Lo stile, il modo di esprimersi di Antonio non è speculativo, ma pratico: si compone di immagini, di figure, come sono proposte dalla sacra Scrittura e dall’esperienza.
I commenti scritturali. Come abbiamo visto, la struttura del sermone consiste in un tema desunto dalla sacra Scrittura e nella sua esposizione, nella definizione dell’eventuale nome che s’incontra nella citazione, nella distinzione dei vari argomenti, nell’enucleazione del senso spirituale, nella citazione di vari passi scritturali che concordano con il principale. In tutto ciò viene svolto il commento della stessa sacra Scrittura. Basti anche qui l’esempio del prologo del primo sermone per la prima domenica di Quaresima. Dopo aver enunciato il tema: «Davide dimorò nel deserto di Engaddi», il Santo dà prima di tutto la definizione del nome di Davide; quindi passa al significato spirituale e allegorico dello stesso nome, cioè a Cristo e alla sua opera, la redenzione, la sua vittoria sul diavolo; poi c’è la spiegazione del nome Engaddi, il suo significato spirituale e morale, dal quale si viene a conoscere la triplice origine delle tentazioni, la gola, la superbia e l’avarizia; tutta questa esposizione viene quindi confermata con una triplice citazione che concorda con le precedenti; da ultimo viene ripreso Davide che raffigura allegoricamente Cristo che va nel deserto per subire le tentazioni del maligno: le vince e vince così anche i suddetti tre vizi.
I Sermoni sono ravvivati da frequenti esempi, aneddoti e racconti di vario genere: servono per ricordare i vari usi e costumi, o riportare fatti accaduti in antico.
Le preghiere si trovano principalmente alla fine dei sermoni, o delle varie parti in cui essi sono divisi, ed esprimono richieste al Signore, oppure sono delle dossologie, cioè preghiere conclusive di lode a Dio, a Cristo o alla Santissima Trinità.
Abbastanza spesso il Santo si rivolge direttamente ai lettori, o meglio agli ascoltatori, trattandosi di predicazione. Un esempio molto significativo lo troviamo nel primo sermone della seconda domenica di Quaresima, nella seconda parte del n. 5: «Ecco, la scala è drizzata. Perché dunque non salite? Perché continuate», ecc.
La lingua dei Sermoni è il latino medioevale, cioè della bassa latinità, però non è un latino rozzo; anzi presenta una certa eleganza. Nel leggere i Sermoni si nota la differenza di stile, quando il Santo cita autori di buona fama, come Solino e Isidoro, tra quelli antichi, o la Glossa e Pietro Lombardo, tra i più recenti.
Il Santo incomincia i suoi sermoni con la formula liturgica: «In quel tempo: Disse Gesù...»; oppure: «In quel tempo: Mentre un grande folla...».
Il prologo dei Sermoni ha vari inizi: «Si legge nel primo libro dei Re...»; «Troviamo nel terzo libro dei Re...»; «Salomone, nell’Ecclesiaste, si rivolge ai predicatori dicendo...»; «Dice Giovanni nell’Apocalisse...»; «Dice il Signore per bocca di Isaia...», ecc. La divisione del tema viene enunciata con le parole: «Osserva che in questo vangelo sono posti in evidenza due argomenti...».
Entra poi in argomento con le parole: «Dicamus ergo...». E dopo aver fatto alcune citazioni concordanti, ritorna al tema principale, cioè alle parole del vangelo, di cui fa un breve riassunto. Ecco un esempio: «Tale è la giustizia che rende giusti i penitenti, della quale il Signore dice: Se la vostra giustizia non è più grande di quella dei farisei », ecc. E osserva che la giustizia è quella per la quale, con retto giudizio, si dà a ciascuno il suo» (Sermone della VI domenica dopo Pentecoste).
L’esposizione del tema, tanto principale che secondario, incomincia con le parole: «Osserva che», e simili; invece le singole parti del tema incominciano con la parola «item», parimenti, così pure, ecc.
La spiegazione del nome aveva il primo posto nell’illustrazione del tema. Ma anche la cosa indicata dal nome esigeva ulteriori spiegazioni. Anche sant’Antonio seguiva questo metodo, e infatti nel prologo generale avverte di aver spiegato le etimologie e la natura di alcuni elementi come ornamento dei suoi sermoni, per far meglio comprendere l’argomento trattato: «... all’inizio di ogni vangelo abbiamo premesso un prologo adatto, e abbiamo introdotto qua e là descrizioni di elementi naturali e di animali ed etimologie di nomi, interpretati in senso morale» (Prologo, n. 5).
Antonio ha preso l’interpretazione dei nomi dalla Glossa e da altre fonti; le etimologie da Isidoro; le descrizioni della natura delle cose ancora da Isidoro e da altri autori. Le descrizioni della natura degli animali, delle loro qualità, introdotte con le parole «dice la Storia Naturale», sono prese dall’opera Gli animali di Aristotele, o dall’opera Polistoria di Solino.
Gli esempi, nei sermoni del medioevo, venivano riportati a conferma dell’esposizione del tema; gli esempi venivano raccontati principalmente alla fine del sermone. In senso stretto, gli esempi erano fatti della sacra Scrittura e delle vite dei santi; in senso largo erano esempi anche gli usi e i costumi della gente, eventi che si verificano ogni giorno, detti dei pagani, favole, descrizioni di cose e di animali. I «detti» dei pagani vengono presentati con le parole: dice il Filosofo; le storie e le favole con le parole «si dice», «dicono», «si racconta», ecc.
L’epilogo, cioè la conclusione del sermone, consiste in una preghiera, per chiedere a Dio quei beni dei quali si è parlato nel sermone.
Contenuti principali dei sermoni
I Sermoni in generale trattano della fede e dei buoni costumi. Il Santo insegna la pastorale ai predicatori: come debbano insegnare ai fedeli la dottrina del vangelo, come debbano amministrare i sacramenti, soprattutto la penitenza e l’eucaristia. E nel far questo ricorre al comando, alla persuasione, all’insegnamento e anche all’aspro rimprovero. Spesso unisce l’insegnamento al rimprovero: prima insegna quali debbano essere i costumi dei sacerdoti e dei prelati, quindi espone quali essi siano in realtà.
Sant’Antonio tocca anche spesso problemi riguardanti la società civile e quella ecclesiastica. Nella società civile distingue i diversi ceti di persone: c’è l’imperatore, il re, i militari, i borghesi o cittadini; ci sono i maggiori e i minori, i ricchi potenti e i poveri, i villani, ossia gli abitanti della campagna; ci sono i mercanti, e i legisti, ossia i decretisti o avvocati.
Nella chiesa, in genere, ci sono i prelati e i loro sudditi, ossia i vescovi e i loro fedeli; i giusti, ossia i fedeli praticanti, gli eretici e gli scismatici; i falsi cristiani e i simoniaci. In mezzo ai fedeli ci sono i saraceni e i giudei. I fedeli, a seconda della loro forma di vita, sono: eremiti, claustrali, penitenti; oppure: chierici, religiosi e secolari. I fedeli, in quanto penitenti, in ragione della loro pratica di vita sono: contemplativi, predicatori o di vita attiva.
Nella società ecclesiastica ci sono i seguenti ceti: i prelati, i chierici e i religiosi, i pastori della chiesa e i professi dell’Ordine. I prelati sono i vescovi che, in forza del loro ufficio, sono anche predicatori. I chierici sono i sacerdoti che guidano pastoralmente i fedeli sotto la giurisdizione del vescovo. I religiosi sono i claustrali, che vivono cioè nel chiostro: e possono essere monaci, che hanno a capo un abate, oppure canonici regolari con a capo un priore. I monaci professano la regola di san Benedetto, i canonici quella di sant’Agostino. I religiosi vengono chiamati anche penitenti.
Sant’Antonio formula dei giudizi su entrambe queste società, la civile e l’ecclesiastica, sempre però riguardo ai costumi, e il suo giudizio è di assoluta condanna: «I costumi sono depravati!», tanto nei maggiori che nei minori, nella società civile; tanto nei chierici che nei laici, nella chiesa; sia nei prelati che nei chierici, tanto nei chierici che nei religiosi, cioè in tutta la società ecclesiastica. Ovunque regna la libidine del potere, ossia la superbia e la vanagloria, la libidine del denaro, ossia l’avarizia e l’invidia, la libidine della carne, ossia la gola e la lussuria.
Quindi dopo l’esposizione dei doveri, segue sempre la riprovazione dei vizi. Non ci è dato di sapere se il Santo, nella sua generale condanna, si riferisca a singoli fatti o persone, ma le sue parole, così severe e precise ne suscitano il sospetto.
Le fonti dei sermoni
Come si è già detto, la fonte prima dei sermoni del Santo è la sacra Scrittura, la seconda la dottrina dei Padri. Altre fonti minori sono i detti dei sapienti pagani, le scienze naturali, storiche e filologiche.
Anche sant’Antonio, come facevano i Padri, trova nella sacra Scrittura diversi significati, e li segue nella sua interpretazione. Nella sacra Scrittura ci sono due significati fondamentali: quello letterale, o storico, e quello spirituale che, come dice san Tommaso, è sempre fondato sul senso letterale e da esso promana. Il significato spirituale a sua volta può essere allegorico, che porta alla fede; morale, che guida al retto comportamento; e mistico, che eleva alla contemplazione delle realtà celesti.
Nei suoi Sermoni sant’Antonio tocca tutti questi significati: dopo aver spiegato brevemente il significato letterale, si sofferma un po’ più a lungo sul significato allegorico; ma si ferma soprattutto e largamente sul significato morale, con il quale sviluppa tutto il suo sermone; piuttosto raramente esplora il significato mistico.
Di solito sant’Antonio cita la sacra Scrittura in modo esplicito e diretto, riportando il nome del libro o dell’autore, e il testo con precisione. Qualche volta riporta la citazione in modo indiretto, solo a senso. Spesso con il nome del libro della Scrittura, indica anche il numero del capitolo.
Il testo che sant’Antonio cita è quello della Volgata cioè la traduzione fatta da san Girolamo e approvata dal papa Damaso I (sec. IV) , ma sono numerose le varianti. Il Santo cambia spesso le singole parole, ne aggiunge o ne omette. Questo può dipendere dalle varie differenze che c’erano nella stesura dei testi della Volgata ch’egli usava, e noi non sappiamo quale fosse il suo, o anche perché citava spesso a memoria, o forse perché egli stesso introduceva delle piccole varianti per adattare meglio il testo all’argomento che trattava nel sermone.
I Padri ai quali egli ricorre più frequentemente sono Ambrogio, Girolamo, Agostino, Gregorio, Isidoro, Bernardo, Beda, Giovanni Damasceno, Origene, e alcuni altri.
Inoltre ricorre spesso alla Glossa, anche senza citarla, sia quella ordinaria che quella interlineare. La Glossa, termine greco che significa lingua, o linguaggio, era il commento che si faceva alla sacra Scrittura, e anche ad altri testi, in margine o tra le righe degli antichi codici.
Antonio ebbe per mano anche delle raccolte, o florilegi, delle sentenze della sacra Scrittura e dei detti dei Padri e degli scrittori ecclesiastici, ma non sappiamo quali fossero.
Sant’Antonio cita con un certa frequenza anche massime o sentenze di filosofi o scrittori pagani, e versi di poeti. Tra i filosofi ricordiamo Aristotele, Cicerone (che egli cita con il nome di Tullio), Seneca, Publio Siro e Catone. I poeti sono Orazio, Ovidio, Giovenale e Persio.
Si trovano nei Sermoni anche alcune rime del Medio Evo, detti e proverbi popolari del tempo.
Per quanto riguarda le scienze naturali, il Santo si sofferma volentieri in racconti e descrizioni di cose e di animali; parla di anatomia, di fisiologia, di zoologia, di botanica e di mineralogia. Attinge ad Aristotele, Solino, Isidoro (specialmente per le etimologie).
Accanto all’esegesi biblica c’è spesso «l’esegesi della natura». Il Santo sembra porle sullo stesso piano: ambedue contengono la rivelazione e la parola di Dio; da entrambe scaturisce l’insegnamento della verità, in entrambe si può scorgere il bene e il male, ciò che viene da Dio e ciò che è imputabile all’uomo.
Il Santo non si atteggia né a scienziato né a letterato: il suo compito è solo quello di insegnare i buoni costumi, di indurre a vivere cristianamente e a tendere alla perfezione. Quando egli sceglie, fra le tante che conosce, quelle lunghe descrizioni di animali, del loro comportamento, di mostri favolosi, dell’uomo, della donna, degli organi e dei sensi del corpo, egli intende svelare il disegno divino, descrivere nelle sue tappe un’operazione divino-umana, che si compie nelle facoltà spirituali dell’uomo.
Quando riporta le descrizioni di Aristotele, di Plinio, di Solino, di Isidoro, dei «bestiari» medievali, egli non si pone il problema se, e fino a qual punto fosse vero e scientifico ciò che prendeva da quelle opere.
Non è il racconto in sé che lo interessa, ma ciò che significa. Diletta e soprattutto ammaestra. Il Santo si serve di quelle descrizioni non per fare della scienza o della letteratura, ma unicamente perché facevano al suo caso, e le trascriveva da opere allora riconosciute come scientifiche, anche se oggi a noi possono apparire nient’altro che delle belle e ingenue favole.
Certamente neppure Antonio poteva credere che quattro animali fossero così strani e singolari da vivere solo di acqua (l’alice), solo di aria (il camaleonte), solo di fuoco (la salamandra) e solo di terra (la talpa). Eppure si sofferma piuttosto a lungo a descriverne i costumi favolosi e incredibili. Ma il motivo è subito chiaro quando dice di vedere nel pesciolino l’umile penitente che vive di lacrime, nel camaleonte il contemplativo che vive nel cielo della contemplazione, nella salamandra il caritatevole e misericordioso che vive del fuoco della carità, nella talpa l’uomo disprezzato e solitario perché riconosce di essere solo terra.
Nei Sermoni sono frequentissime le etimologie. L’etimologia è la scienza che studia l’origine delle parole, risalendo alla loro forma più antica e più breve. Antonio enumera le etimologie tra quelle «parole eleganti e ricercate» di cui erano ghiotti gli uditori del suo tempo. Le etimologie facevano parte dell’esposizione del tema del discorso, anzi erano il primo modo di esporre il tema, dando appunto la definizione o la spiegazione, il significato «originale» dei nomi, dei termini chiave.
Antonio non perde occasione per spiegare un’etimologia, per parlare di una pianta, dove vive, che se ne fa, che se ne dice, per tener desto l’uditorio, per inculcare la verità attraverso immagini, usi e costumi, ecc. Le etimologie di sant’Antonio potrebbero essere chiamate piuttosto «artifici letterari» spesso geniali. Antonio fa della parola uno strumento mnemonico, per imprimere meglio nella mente il suo insegnamento.
Per la storia propriamente detta attinge alla Glossa, a Isidoro, alla Storia scolastica di Pietro Comestore e ad alcune Passioni di Santi di autori ignoti.
Certamente sant’Antonio ha avuto per mano anche altre fonti che non conosciamo, dalle quali ha attinto notizie, storie, racconti anche favolosi, etimologie, ecc.
Avvertenze riguardanti la presente traduzione
Nel tradizionale conflitto fra la traduzione fedele, ma non bella e poco leggibile, e quella un po’ libera, moderna ma non proprio fedele, non sempre si riesce a tenere il giusto mezzo. Trattandosi di un’opera che mira alla divulgazione, si è preferita qui la seconda soluzione, pur attenendosi sempre al testo latino, in modo da dare anche al lettore esigente la possibilità di un confronto diretto con il testo originale.
Spesso viene riportata l’espressione latina per far sentire al lettore l’assonanza con l’interpretazione che ne fa il Santo, anche se discutibile sul piano filologico.
Chi volesse ritrovare nella Bibbia le citazioni riportate da sant’Antonio, tenga presente che il Santo cita sempre la Volgata. Perciò alcuni testi citati dal Santo non si trovano più nelle moderne traduzioni della Bibbia, come quella ufficiale della CEI. Così pure alcune espressioni citate dal Santo, sulle quali fa delle considerazioni e delle applicazioni morali, nelle traduzioni correnti hanno cambiato completamente senso e quindi non è più possibile fare su di esse le applicazioni di sant’Antonio; altre sono addirittura scomparse. Questo perché le antiche traduzioni non sempre erano esatte, secondo i nostri criteri scientifici attuali. Naturalmente questo non tocca per nulla le verità della fede.
Le citazioni della Bibbia sono prese dal Santo sempre alla lettera, e quindi condizionano la traduzione; a certi termini egli dà dei sensi che oggi sono quanto meno ignorati, quando non sono ritenuti addirittura assurdi. Ma al Santo servono per le sue applicazioni morali, per i consigli, per gli avvertimenti, per le rampogne, per le minacce contro i peccatori ostinati, contro i religiosi infedeli o tiepidi, contro i sacerdoti che vengono meno al loro dovere, contro i prelati che non pascono il gregge ma se stessi, che non servono Cristo ma il mondo.
La conoscenza dei Sermoni – ci si augura – permetterà di avvicinare la reale personalità e il pensiero del Dottore evangelico, e di orientare così la «devozione popolare» al Santo di Padova perché, come tutte le devozioni ai santi, risponda alla genuina funzione di condurre gli uomini a Dio. È ciò che si proponeva sant’Antonio con la sua opera di evangelizzazione.
P. Giordano Tollardo
1 In questa prefazione viene presentato un libero rifacimento dell’Introduzione preposta all’edizione critica dei Sermoni in lingua latina (3 volumi, Edizioni Messaggero Padova, EMP, 1979).