Prima
di riscoprire il corpus aristotelicum, i chierici
dell’alto Medioevo elaboravano le definizioni di lex
e di iustitia attingendo alle fonti antiche del diritto
romano nelle raccolte giustinianee (il Digesto e le Istituzioni)
e delle diverse decretali del diritto pontificio sistematizzate
nel Decretum di Graziano.
In
tale contesto, della legge veniva messo in rilievo soprattutto
l’aspetto politico, sia nella sua genesi da parte di un’autorità
pubblica sia nella finalizzazione al bene comune, e quello
più strettamente giuridico della sua vis coërcitiva.
Attraverso il più famoso enciclopedista medievale,
Isidoro di Siviglia, essi poi recuperavano anche la
nozione stoica della lex naturalis, esaltata
da Cicerone quale fondamento e misura di ogni ius conditum
e condendum.
Inoltre,
si appropriavano della profonda meditazione agostiniana
della lex aeterna quale archetipo razionale e principio
normativo finalizzante all’ordine e alla pace l’intero universo
creato con i destini della storia umana.
Seguendo
Agostino, l’essenza della giustizia era poi
identificata nella costante disposizione dell’anima a rendere
a ciascuno ciò che gli spetta: a Dio, al prossimo,
a se stessi, tenendo presente il bene della comunità
e conformandosi al piano eterno divino nella creazione del
mondo e alla sua provvidenza per la storia degli uomini.
Questi
testi erano familiari ai teologi della pre-scolastica;
dalle recenti ricerche di Francisco da Gama Caeiro e dei suoi
allievi, oggi sappiamo che essi erano presenti pure nelle
biblioteche dei canonici di Lisbona e di Coimbra, dove
Sant'Antonio studiò e si formò.