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La concezione medievale della giustizia
 


Giotto, La giustizia, 1305, Cappella degli ScrovegniPrima di riscoprire il corpus aristotelicum, i chierici dell’alto Medioevo elaboravano le definizioni di lex e di iustitia attingendo alle fonti antiche del diritto romano nelle raccolte giustinianee (il Digesto e le Istituzioni) e delle diverse decretali del diritto pontificio sistematizzate nel Decretum di Graziano.

In tale contesto, della legge veniva messo in rilievo soprattutto l’aspetto politico, sia nella sua genesi da parte di un’autorità pubblica sia nella finalizzazione al bene comune, e quello più strettamente giuridico della sua vis coërcitiva.

Attraverso il più famoso enciclopedista medievale, Isidoro di Siviglia, essi poi recuperavano anche la nozione stoica della lex naturalis, esaltata da Cicerone quale fondamento e misura di ogni ius conditum e condendum.

Inoltre, si appropriavano della profonda meditazione agostiniana della lex aeterna quale archetipo razionale e principio normativo finalizzante all’ordine e alla pace l’intero universo creato con i destini della storia umana.

Seguendo Agostino, l’essenza della giustizia era poi identificata nella costante disposizione dell’anima a rendere a ciascuno ciò che gli spetta: a Dio, al prossimo, a se stessi, tenendo presente il bene della comunità e conformandosi al piano eterno divino nella creazione del mondo e alla sua provvidenza per la storia degli uomini.

Questi testi erano familiari ai teologi della pre-scolastica; dalle recenti ricerche di Francisco da Gama Caeiro e dei suoi allievi, oggi sappiamo che essi erano presenti pure nelle biblioteche dei canonici di Lisbona e di Coimbra, dove Sant'Antonio studiò e si formò.



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