Il Messaggero di sant'Antonio Cultura

LE FOTOGRAFIE DI ROBERTO DOTTI

«Homo viator» l'uomo che cerca Dio

A Padova dal 28 maggio al 26 settembre, cinquantanove fotografie raccontano l'uomo pellegrino nei luoghi della fede, da Padova alla Terra Santa, da Assisi a Istanbul...

di Piero Lazzarin

Messe una accanto all'altra formano uno striscione lungo sessantadue metri e saranno esposte in uno dei più suggestivi chiostri della basilica antoniana, a Padova, dal 28 maggio al 26 settembre prossimi. Sono le cinquantanove fotografie che Roberto Dotti, noto fotogiornalista, ha realizzato in giro per il mondo per raccontare, con immagini di luce, l'eterno peregrinare dell'uomo, quell'andare fisico e metaforico in luoghi vicini e lontani alla ricerca di se stessi. In questo caso, passando attraverso l'incontro e il dialogo con Dio. E con i santi, nei luoghi - diventati santuari della memoria e della devozione - dove essi hanno vissuto e testimoniato la fede e l'amore di Dio. Inevitabile, o ricercato, l'incontro con altre persone - della stessa o di diverse religione e cultura - anch'esse in cammino, per trovare nel dialogo risposte alle grandi domande e alle grandi tragedie della vita.
Insomma, l'eterno bisogno di conoscenza e di avventura dell'Homo viator (è anche il titolo della mostra), dell'Ulisse che è in ognuno di noi, viandante proteso oltre le colonne di Ercole, a scandagliare il mistero. Un viaggio esemplare, colto da un obiettivo attento, rispettoso e partecipe, raccontato da queste immagini in bianco e nero, stampate su tela in formato gigante (da settanta centimetri per cento a centocinquanta per centocinquanta) e leggermente virate in seppia. Da un punto di vista fotografico - osserva Dotti - la viratura in seppia rappresenta un valore aggiunto.
Roberto Dotti, nato a Brescia una sessantina d'anni fa, è fotografo assai noto. Autodidatta, ha avuto per prima maestra la passione, quella del raccontare con il linguaggio della luce (fotografia, letteralmente, scrivere con la luce) la vita e le storie dell'uomo, colte in esperienze umanamente commoventi e provocatorie, indagando sulla loro complessità con sensibilità e rigore. Con il tempo, poi, l'India e il lontano Oriente, con le loro storie di miseria e di grandezza, sono diventati sua meta preferita e patria dello spirito. Confessa Dotti: Mi appartiene da sempre questo raccontare per immagini. Fare reportage è come scrivere, mi piace e mi consente di fare quello che voglio.
Le sue foto, di grande resa tecnica e di sicura presa emotiva, hanno trovato presto ospitalità nelle più rinomate riviste del settore e segnalate da prestigiosi riconoscimenti. Tanto per citarne un paio: la rivista Class lo annovera tra i sedici fotogiornalisti più importanti del mondo; lo scorso anno gli è stato assegnato il Premio Internazionale Unesco 2003 per l'impegno in difesa dei diritti umani.
Aveva, dunque, tutte le carte in regola, Dotti, per rispondere nel modo più adeguato alla richiesta dei frati della basilica di testimoniare il pellegrinaggio al Santo, cioè la fede, la devozione e i sentimenti dei milioni di devoti che da ogni parte del mondo vengono a rendere omaggio, a chiedere conforto e un aiuto anche oltre l'umanamente possibile, e ringraziare l'umile grande figlio di Francesco d'Assisi che risposa nella grande basilica padovana.

In pellegrinaggio con i frati della basilica

Lui ha chiesto solo che protagonisti del suo racconto fossero le persone, più che gli splendori del santuario. Frati compresi. Oltre al rapporto tra i devoti e il Santo, vorrei fotografare - disse - questi uomini che da oltre 770 anni custodiscono la basilica di sant'Antonio, mostrare la loro vita quotidiana e il loro impegno nel custodire e diffondere nei secoli il messaggio di Antonio. Raccontare, insomma, ciò che sta dietro il santino, ciò che da fuori non si vede. È sua convinzione infatti, come ci ha detto, che la fotografia non è solo fatta di luci, di ombre e di sole, ma soprattutto di persone che pensano. Ma non è facile tradurre in immagini quello che uno pensa, i suoi sentimenti, la sua fede.
E allora, per poter rendere il tutto nel modo più veritiero, ha condiviso con i frati momenti di vita. Ho acquisito conoscenza di un mondo che mi era in parte ignoto - ricorda Dotti - e guadagnato amicizie, che sono l'eredità più bella di questa esperienza. I frati lo hanno condotto attraverso i luoghi e le genti, gli hanno indicato gli elementi della loro missione e la trascendente dimensione del loro operare.
Le foto erano destinate a essere raccolte in un libro. Ma il progetto, cammin facendo, si è ampliato e ha preso anche altre direzioni. Al pellegrinaggio al Santo si sono aggiunti quelli ad altri luoghi della fede cristiana: Assisi, l'origine del francescanesimo; La Verna, dove Francesco ricevette le stimmate; Castelgandolfo e Roma, San Pietro e il cuore della cristianità; la Terra Santa e le tre grandi religioni monoteiste; Istanbul, avamposto in terra islamica della devozione antoniana e luogo di incontro, nella chiesa dedicata al Santo di Padova, di uomini di religioni diverse (cattolici, ortodossi e musulmani) accomunati dalla identica fatica di vivere e dalla stessa speranza.
Il pellegrinaggio nella terra di Gesù lo abbiamo raccontato nel numero di gennaio di quest'anno. È stato compiuto in un momento particolarmente drammatico e pericoloso della storia di quei popoli con lo scopo, sull'esempio di Francesco d'Assisi, di cercare momenti di dialogo per avviare un piccolo cammino di pace insieme con ebrei e palestinesi di buona volontà, che fosse seme di una pace più ampia e duratura.

Un originale moderno volume

Ci sono volute quaranta settimane per affidare alla pellicola luoghi, volti, memorie. Tempo di scambi intensi, di ascolto, racconta padre Paolo Floretta, ideatore del progetto e compagno di ogni viaggio di Dotti.
Il meglio, scelto tra centinaia di foto, è già raccolto in un libro, edito dal Messaggero con lo stesso titolo della mostra, Homo viator, e uscito lo scorso aprile: uno splendido volume, di concezione moderna, con fotografie di ampio respiro, che si dilatano oltre il consueto perimetro delle pagine. Immagini splendide che rispecchiano - scrive nella prefazione Giuliana Scimé, docente di Storia della fotografia alla Cattolica di Brescia e membro dell'esecutivo dell'European society for the history of photography - l'esperienza dell'incontro e della sorpresa di riconoscere tutti gli uomini davvero uguali, un sublime concerto corale in cui tutte le voci sono protagoniste e, in armoniosa sintonia, alzano la cristallina voce al Divino. E padre Luciano Bertazzo: Il fotografo ha sostato a lungo in silenzio, in attesa che architetture di luce e di gesti potessero reciprocamente, e significativamente, sostenersi. Nelle fotografie scelte, Dotti ci propone degli itinerari negli spazi della luce e di intuite storie personali appena sussurrate, da un gesto, un volto, una mano.

La scelta del bianco e nero

Perché il bianco e nero? Lo abbiamo chiesto a Dotti. Visto che il mio lavoro doveva trasmettere un messaggio in semplicità, tale da esser facilmente letto, con il colore non mi sarebbe stato possibile farlo. Perché noi vediamo le cose a colori e suscitare emozione con il colore delle cose di tutti i giorni è impossibile. Il bianco e nero - ombre e penombre attraversate da rasoiate di luce - lo consente.Come consente in chi lo guarda di maturare una propria emozione.
Anche altre direzioni, dicevamo. Una è la mostra, voluta successivamente - racconta Dotti - per valorizzare un lavoro vasto e complesso. Una mostra che dopo Padova andrà a Brescia, nel bellissimo chiostro trecentesco della chiesa di San Francesco, nell'ambito della II Biennale internazionale di fotografia che si terrà nella città leonessa d'Italia. E poi ad Assisi.
Giuliana Scimé sottolinea alcune costanti che caratterizzano il lavoro di Dotti. La luce, anzitutto: Lame di luce - scrive - che tagliano il fotogramma e lo dominano. Simbolica presenza del Divino, e via per attraversare i vincolanti confini nei quali siamo costretti dalla nostra carnalità, per aspirare a una visione superiore e all'introspezione. E poi la mano che spesso invade il primo piano: Non ricordo chi sottolineò che è lo strumento più duttile dell'uomo e quello che innegabilmente ci distacca dagli animali. In Homo viator la mano assume molteplici significati: protezione, aiuto, benedizione, preghiera, umiltà, ringraziamento. È la summa visuale di sentimenti e azioni, di professione di fede che accomuna ogni individuo, e non importa a quale religione appartenga.
Infine, la presenza di alcuni oggetti con una valenza fortemente simbolica, come il saio dei frati, quinta protettiva fra noi e l'esterno; il cingolo, segno visibile di grandi impegni, ma anche di volontà ecumenica che abbraccia tutte le fedi; il pane, cibo per la sopravvivenza terrena, e dell'anima; il giglio, la purezza dei pensieri; i bambini e gli animali, gli innocenti.
Le immagini scivolanodiscrete dentro di noi - conclude la Scimé - e ci aiutano a compiere la nostra personalissima avventura dello spirito.


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